domenica 20 maggio 2018

IL VILLONE CON PISCINA? ECCO COME GIACCHETTI TRUFFA LO STATO: E UNO COSI’ VOLEVA FARE IL SINDACO DI ROMA?

Dopo i manifesti abusivi anche la casa abusiva. O almeno quasi. Perché Roberto Giachetti, che si candidò a diventare sindaco di Roma col Pd, nonostante si sia riempito la bocca di parole come trasparenza e legalità è il primo a infrangere le regole e a vivere alle spalle dello Stato.
Vi ricordate al confronto tv di Sky quando aveva detto di possedere due casaletti a Subiaco? Ma sì, poca roba, che saranno mai due casaletti a Subiaco. Se poi somigliano a una villa con piscina e due fabbricati per un’estensione di oltre 650 metri quadrati, aò, pazienza.
Però qui gatta ci cova, signori miei. A parte la storiella del vincolo di area boscata, che Giachetti ha spiegato a stento, ci sono un altro paio di cosette che il vicepresidente della Camera dovrebbe spiegare ai romani.

1. Perché il suo villone Giachetti invece di accatastarlo come villa (categoria A8 al catasto fabbricati) lo accatasta in un caso come “casa popolare” (A4, Imu esente), in un altro come “abitazione residenziale” (A2) e in altro ancora come “magazzino” (sono tre edifici in tutto). Peraltro un “magazzino”, sia chiaro, di 300 mq di locali adibiti ad impianti per la villa e dunque trattasi di locali a servizio dell’unita abitative, altro che magazzino.

2. Perché il parco che circonda la sua “reggia” è accatastato come terreno agricolo? Giachetti fa mica il coltivatore?

3. Perché la piscina non risulta accatastata? Forse perché se l’accatastasse determinerebbe il cambio di classamento in A8 in automatico non potendo un’abitazione popolare avere la piscina?

4. Perché uno dei due casaletti presenta 5 camere, 5 bagni e 5 ingressi indipendenti. Curioso, no? Nemmeno fosse un B&B…

Ah, infine, un’ultima cosa. Proprio una cosetta, eh, perché a noi risulta che con tutto questo accrocco di furbate Giachetti oggi paga solo 1/3 dell’Imu che dovrebbe pagare, ovvero circa 1300 euro l’anno invece di 4500.

Avete capito l’uomo che ha una storia? l’uomo delle liste all’antimafia? l’uomo in motorino (ma che sembra un’astronave)? Fa tanto la predica, si erge a cattedra morale del bene comune e poi la fa sotto il naso ai cittadini.

Per non ricordare che da quando fa politica il piddino de noantri si è messo in tasca più di 3 milioni di euro di fondi pubblici, votando sì alla Fornero, votando sì all’abolizione dell’articolo 18, mandando in strada migliaia di famiglie e pensionati. Vabbè, ma che volemo fa, magari pure lui c’ha la sindrome del marchese del Grillo: “Io so io e voi non siete un…”.

Occhio però, caro Giachetti, che la vita è una ruota…


Anche la Francia trema! Il ministro francese manda un messaggio a Di Maio e Salvini! Guarda e diffondi!



L'avvertimento arriva dal ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire: "il futuro dell’Italia è in Europa e da nessun’altra parte, e perché questo futuro sia in Europa ci sono regole da rispettare".

Cinque giorni fa la stoccata era arrivata da Bruxelles. Ma il tema deiconti pubblici italiani interessa molto anche a uno degli stati fondatori dell’Europa unita: la Francia. La stabilità dell’area euro sarà “minacciata” se il nuovo governo italiano non rispetterà gli impegni su debito e deficit sottolinea il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire. A un giorno dalla presentazione del contratto di governo di Lega e M5s al Quirinale Parigi sembra ripetere la dichiarazione il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis aggiungendo un avvertimento: “Se il nuovo governo non rispetterà i suoi impegni sul debito, sul deficit, ma anche sul consolidamento delle banche, l‘intera stabilità finanziaria della zona euro sarà minacciata – ha dichiarato nel corso di una trasmissione televisiva -. Tutti in Italia devono capire che il futuro dell’Italia è in Europa e da nessun’altra parte, e perché questo futuro sia in Europa ci sono regole da rispettare. Gli impegni presi dall’Italia valgono qualunque sia il governo, io rispetto la decisione sovrana del popolo italiano, ma ci sono impegni che superano ognuno di noi”.
“Vedremo quali decisioni saranno prese dall’Italia, io ribadisco – prosegue nell’intervista Bruno Le Maire – quanto sia importante mantenere questi impegni a lungo termine per garantire la nostra stabilità comune”. Il ministro ha poi riaffermato l’intenzione di raggiungere a giugno un accordo con la Germania per fissare “una tabella di marcia” per la riforma della zona euro. A La Maire risponde il leader della Lega, Matteo Salvini, con un tweet: “Un ministro francese ‘avverte’ il futuro governo: non cambiate niente, o saranno problemi. Altra inaccettabile invasione di campo. Non ho chiesto voti e fiducia per continuare sulla via della povertà, della precarietà e dell’immigrazione: prima gli italiani!”. Nel corso della visita al gazebo del Carroccio a Fiumicino agguiunge: “Si mettano l’anima in pace, se ci chiedono di fare come i governi precedenti, faremo l’esatto contrario. I francesi si occupino della Francia e non mettano il naso nelle cose altrui, semmai parliamo di Ventimiglia e dei migranti fermi al confine”.
Anche a Dombrovskis era arrivata una risposta immediata: “Dall’Europa – aveva risposto il capo del Carroccio – ennesima inaccettabile interferenza di non eletti. Noi abbiamo accolto e mantenuto anche troppo, ora è il momento della legalità, della sicurezza e dei respingimenti“. Una polemica che Di Maio non aveva lasciato al solo segretario della Lega: “Abbiamo attacchi continui. Anche oggi da qualche eurocrate non eletto da nessuno. Il Financial Times parla di nuovi barbari, ma come vi permettete? Io più vedo questi attacchi, più sono motivato, perché vedo tanta paura di un certo establishment del cambiamento. Ma chi ha paura del cambiamento oggi è nostro nemico, chi lo vuole invece lotti con noi”. Per Di Maio è “la grande occasione per il cambiamento. I presupposti ci sono? Dipende, ma se ci riusciamo sarà una bomba“. L’ipotesi di una rottura, aveva spiegato meglio Salvini, “sarà una scelta presa da entrambi, ci sono alcuni temi su cui siamo lontani ed è chiaro che non possiamo andare a Bruxelles con un governo che rappresenti due idee lontane”.

Fonte: Ilfattoquotidiano.it

Clamorose rivelazioni: Emiliano: “Sottoscriverei il contratto M5s-Lega da prima a ultima clausola”. Pd: “Indecente” !



Polemica nel Partito Democratico per le parole di Michele Emiliano, presidente della regione Puglia ed esponente della minoranza dem, sul contratto di governo tra M5s e Lega. “Ho letto il programma e l'avrei sottoscritto dalla prima all'ultima clausola – afferma Emiliano a Sky Tg24 -. Nella sostanza e nella forma è compatibile con il programma della Puglia e compatibile con istanze di progresso. Il M5s non ha niente a che fare con Orban. Il Pd poteva stare al tavolo e contribuire a scrivere quel programma, ma Renzi non ha voluto”.

Le affermazioni di Emiliano hanno suscitato immediate polemiche. Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico, attacca il presidente della regione Puglia: “È un signore che inneggia al programma di governo di Lega-M5s, che fa campagna per loro, che accusa il governo Pd di essere corrotto e responsabile delle morti in Ilva, ma non ha la dignità di andarsene perché altrimenti perde la poltrona deve essere mandato a casa. Indecente”. Di parere simile anche Teresa Bellanova, senatrice del Pd: “Che il contratto 5Stelle-Lega piaccia a Michele Emiliano tanto da poterlo sottoscrivere svela, finalmente, e se mai ci fossero stati ulteriori dubbi, il suo vero volto politico e umano”.

All’attacco anche gli esponenti più vicini a Renzi nel Pd. Alessia Morani scrive su Twitter: “Quindi mi pare di capire che Emiliano è d'accordo a fare il condono fiscale, a discriminare i bambini stranieri negli asili nido e contemporaneamente ad abolire l'obbligatorietà dei vaccini. Solo per fare alcuni esempi”. Andrea Romano definisce Emiliano come il Totò “turco napoletano: si traveste da grillino sperando che qualcuno non lo riconosca, e forse gli dia quel sostegno politico che ha drammaticamente perso in Puglia”. Anche la parlamentare Anna Ascani attacca Emiliano: “Sostenere che lo scellerato contratto tra M5s e Lega contenga istanze di progresso è frutto o di delirio o di malafede. Emiliano sottoscriverebbe, come dice, gli elementi di discriminazione razziale nei confronti dei bambini stranieri negli asili, il taglio delle tasse a vantaggio esclusivo dei più ricchi, l'assenza di politiche industriali e di sviluppo per il Mezzogiorno e di una qualunque idea per garantire il diritto al lavoro? Se sì, dovrebbe spiegare alla comunità del Pd di cui fa parte come può tutto questo conciliarsi con la sinistra”.

continua su: https://www.fanpage.it/live/governo-m5s-lega-si-cerca-l-accordo-ritorna-l-ipotesi-di-una-staffetta-di-maio-salvini/38/
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PAZZESCO ATTO GRAVISSIMO E' STATO CANCELLATO TUTTO IN GRAN SEGRETO! MASSIMA DIFFUSIONE!

Cancellato tutto, in gran segreto, con un colpo di spugna. "All'articolo 211 del decreto legislativo del 18 aprile 2016, n. 50, sono apportate le seguenti modificazioni: al comma 1, primo periodo, dopo le parole esprime parere sono inserite le seguenti: previo contraddittorio. Il comma 2 è abrogato". Ad essere soppresso durante l'ultimo Consiglio dei ministri è un fondamentale comma del nuovo codice degli appalti, una legge delega di un anno fa che affida un importante ruolo all'Anticorruzione (Anac) di Raffaele Cantone.
Una mossa quella del governo Gentiloni, riporta Huffingtonpost.itche di fatto scavalca la volontà del parlamento. Sono furiosi i senatori Stefano Esposito e Raffaella Mariani: "Questa soppressione è un atto grave e chi l'ha compiuto deve assumersene la responsabilità. Siamo di fronte a una violazione del rapporto tra Parlamento e governo, con l'abrogazione di uno strumento innovativo, l'articolo 2 appunto, voluto dal Parlamento. Uno strumento fortemente innovativo, col conferimento all'Anac di poteri sostanziali. Chiediamo al presidente Paolo Gentiloni e al ministro Delrio che venga posto rimedio a questo blitz che qualcuno a compiuto".
Al momento non si capisce che sia il responsabile di questa soppressione. Solo una leggerezza? Il Movimento cinque stelle non ci sta, Andrea Cioffi, capogruppo grillino in commissione lavori pubblici, attacca: "L'abrogazione di quella norma, per l'ennesima volta, dimostra come il governo non voglia effettivamente combattere la corruzione. Il ministro Delrio è totalmente responsabile dell'accaduto. Domando: si depotenzia l'Anac per tutelare chi? La burocrazia che deve gestire gli appalti? Le imprese che vi partecipano? L'effetto è chiaro: va tutto nelle mani della magistratura ordinaria che con la sua lentezza alimenta quell'inefficienza del sistema, nella quale si perpetua il contesto che favorisce pratiche di corruzione".

DA CONDIVIDERE: Fico, tra 15 giorni via i Vitalizi. Ecco cosa ha detto!

Sfruttando i nuovi equilibri dell’ufficio di presidenza della Camera, il pentastellato ha chiesto una istruttoria per il ricalcolo degli assegni esistenti su base contributiva e l’aumento dell’età. "Bisogna riequilibrare in modo sostenibile il rapporto tra quanto versato e le prestazioni erogate, così come sta avvenendo da due decenni per la generalità dei cittadini", ha detto il numero uno di Montecitorio
L’aveva detto poco dopo la sua elezione al vertice della Camera dei deputati, quando aveva rinunciato all’indennità di funzione accessoria prevista per la terza carica dello Stato. “L’epoca dei privilegi è finita, dobbiamo tagliare i costi della politica e razionalizzare i costi della Camera”, erano state le parole utilizzate da Roberto Fico. Che adesso rilancia quello che è stato uno dei temi principali della campagna elettorale del Movimento 5 stelle: modificare il regolamento per l’accesso ai vitalizi da parte degli parlamentari. Durante l’ufficio di presidenza, infatti, il numero uno di Montecitorio ha dato 15 giorni di tempo ai deputati questori per svolgere un’istruttoria e quindi presentare una proposta sul superamento dell’attuale sistema dei vitalizi.


CONDIVIDIAMO IN MASSA QUESTA NOTIZIA PUO' FAR CROLLARE RENZI E TUTTO IL PD!

Ci sono molte buone ragioni che avrebbero dovuto consigliare a Matteo Renzi di stare alla larga dal tema delle banche, evitando di far presentare al Pd mozioni per far fuori Ignazio Visco. La prima di queste risale al periodo immediatamente successivo al suo arrivo a Palazzo Chigi, quando appena divenuto presidente del Consiglio incontrò il governatore della Banca d' Italia. Era la prima volta che il capo del governo si trovava faccia a faccia con il numero uno di via Nazionale. Tema dell' incontro, che dunque risale al 2014, cioè a quando ancora nessuno conosceva la voragine che stava per inghiottire Banca Etruria e migliaia di risparmiatori, la situazione economica complessiva dell' Italia.Tuttavia, nonostante all' ordine del giorno ci fossero le politiche di bilancio, il Pil e la disoccupazione, a un certo punto il premier trovò il tempo per porre domande sulla Popolare di Arezzo. Renzi cercava informazioni sull' istituto di cui era vicepresidente il papà del suo ministro Maria Elena Boschi. Per quale motivo e sulla base di quali interessi il capo del governo volesse conoscere le condizioni dell' istituto di credito toscano non è noto.

E dire che in quel momento altre banche avrebbero dovuto attirare il suo interesse, dato che a Siena il Monte dei Paschi stava cercando con difficoltà di reperire sul mercato 5 miliardi per rafforzare il patrimonio. Eppure no, Renzi non sembrava granché interessato alle sorti del quarto gruppo bancario italiano, ma piuttosto a quelle della Popolare, cioè di un istituto medio piccolo. Nessuno a oggi gli ha chiesto spiegazioni di quel curioso e anticipato interesse, ma certo se la commissione d' inchiesta sulle banche fosse una cosa seria e non una presa in giro dei risparmiatori lo farebbe.Dell' elenco di domande che i commissari potrebbero rivolgere all' ex premier dovrebbe di rigore far parte anche quella che riguarda l' inserimento di Etruria tra le dieci Popolari da trasformare in società per azioni. Come è noto, all' improvviso, mentre nell' istituto di Arezzo era in corso l' ispezione della vigilanza che accertò la dissipazione di gran parte del patrimonio, il governo mise a punto un decreto per cancellare il sistema di governance su cui per decenni si erano rette le Popolari.

Il provvedimento avrebbe dovuto riguardare le banche più importanti, ma alla fine venne inserita anche Etruria. Nessuno si aspettava questa mossa e infatti in molti furono sorpresi e si chiesero le ragioni della scelta. Lo stupore non riguardò quegli speculatori che sull' ascesa del titolo della banche guadagnarono milioni. Già, perché mentre la Banca d' Italia passava al setaccio i conti dell' istituto toscano e il governo lo obbligava a trasformarsi in società per azioni, una manina comprava facendo salire le quotazioni del titolo, che in pochi giorni guadagnò oltre il 60 per cento. Perché Renzi volle mettere anche Etruria fra le banche da trasformare in Spa? Chi sapeva del progetto?Come poi andò a finire l' idea di fare della Popolare aretina una società per azioni si sa. Di lì a 15 giorni la banca venne commissariata e i suoi vertici rimossi e tra questi naturalmente anche il papà dell' allora ministro delle riforme. Com' è possibile che a Palazzo Chigi la mano sinistra che scriveva il decreto sulle Popolari non sapesse che cosa faceva la mano destra che commissariava Etruria?

C' è un' altra buona ragione che dovrebbe suggerire a Renzi di non aprire bocca sui pasticci bancari degli ultimi anni e in questo caso c' è di mezzo il decreto con cui nel settembre del 2015 fu recepita la norma europea del bail in. L' Italia fu tra le prime a tradurre in legge la direttiva di Bruxelles, e a seguire l' iter della conversione fu il ministro con delega ai rapporti con il Parlamento, ossia Maria Elena Boschi. Una scelta discutibile quella di lasciare tra le mani della figlia dell' ex vicepresidente di Etruria la patata bollente dei fallimenti bancari? Forse.

Ma la decisione più inopportuna fu la modifica alle disposizioni comunitarie, con l' introduzione di un comma che toglieva ai risparmiatori il diritto di procedere contro i vertici degli istituti falliti, attribuendolo alla Banca d' Italia. Nessuno seppe spiegare le ragioni di quella strana scelta. O meglio: nessuno le spiegò, ma tutti capirono.Naturalmente, tra le ragioni che dovrebbero imporre a Renzi di astenersi da commenti sui crac bancari, c' è anche la faccenda delle pressioni esercitate da Maria Elena Boschi sull' amministratore delegato di Unicredit. Denunciati da Ferruccio de Bortoli nel suo libro, gli interventi furono smentiti dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio ma mai da Federico Ghizzoni, il numero uno della banca. Non solo: da quel che risulta la querela annunciata dalla zarina di Palazzo Chigi nei confronti dell' ex direttore del Corriere della Sera non è mai arrivata. Dunque, prima di aprire bocca su altro, forse Renzi farebbe bene a spiegare come andarono le cose, chiarendo una volta per tutte il ruolo del suo governo nel crac dell' istituto toscano.Non è però solo da Etruria e dai risparmiatori di quella banca che Renzi dovrebbe tenersi alla larga, ma anche da Mps. Già, perché se nei primi mesi del 2014 l' allora presidente del Consiglio andava chiedendo informazioni sulla Popolare di Arezzo disinteressandosi del Monte dei Paschi di Siena, poi le cose cambiarono. Tanto da spingerlo a dichiarare, nel gennaio del 2016, durante una puntata di Porta a porta, che la banca non solo era risanata, ma anche un buon affare.

Tempo sei mesi e il Monte si ritrovò alla canna del gas. Nonostante la situazione fosse allarmante, Renzi fece cacciare da Pier Carlo Padoan l' allora amministratore delegato Fabrizio Viola, preferendogli un manager che avesse lavorato con Jp Morgan, la banca che oltre a sponsorizzare il referendum costituzionale era consulente di Palazzo Chigi. Come le cose sono andate a finire è noto: per evitare il crac e porre rimedio ai ritardi di Renzi, il governo successivo ha dovuto mettere mano al portafogli entrando direttamente nel capitale di Mps.A dire il vero ci sarebbero anche altri motivi sufficienti a tappare la bocca al segretario del Pd sul tema delle banche, ma per non farla troppo lunga diciamo che questi bastano e avanzano. Se c' è qualcuno che, oltre ai responsabili materiali dei crac, deve spiegare e soprattutto pagare gli errori compiuti con le banche, questo è proprio Renzi. Ma l' ex presidente del Consiglio spera che, facendo fuori Visco, si dimentichino o perdonino le sue colpe. Difficile, se non impossibile.


Panico in diretta da Giletti! Di Battista sputtana tutti! Guardate cosa è successo!